Nella nuova stagione di Black Mirror il presente fa più paura del futuro

eeLa scorsa settimana, venerdì, ho dovuto attendere un bel po’ prima che mio padre mi rispondesse al citofono. Mi aspettava raggiante sulla soglia di casa: aveva appena vinto una partita di Clash Royale e aveva tardato al citofono perché non poteva interromperla. Non posso fare a meno di sorridere vedendo l’uomo che mi ha cresciuto così affascinato da quei giochini (parole sue) che si era sempre rifiutato di provare.

Decido di raccontare l’accaduto su Facebook e, dopo aver pubblicato il post, iniziano ad assalirmi i primi dubbi. In fin dei conti non si tratta di un aneddoto così divertente, anzi. Mi convinco che il mio umorismo da due soldi non verrà apprezzato e la voglia di cancellarlo si fa sempre più forte. Se sono fortunato non lo ha visto ancora nessuno. Mentre la paranoia ha la meglio su di me, arrivano i primi like. Mi posso rilassare. Poche ore più tardi avrei rivisto la stessa scena nel primo episodio della terza stagione di Black Mirror, fresco di uscita su Netflix.

Attenzione, questo articolo potrebbe contenere degli spoiler.

 

La serie antologica ideata da Charlie Brooker sull’intersezione tra tecnologia, scienza ed esseri umani è sempre riuscita a trasmetterci una sensazione di profondo disagio. Parafrasando le parole dell’autore stesso, siamo ammaliati dai racconti dell’orrore perché ci consentono di affrontare le nostre paure più recondite da una distanza di sicurezza.

Questa volta non siamo separati dalle atroci distopie descritte nelle prime due stagioni di Black Mirror soltanto dal filtro della finzione, ma anche dalla loro collocazione temporale in un futuro sufficientemente lontano dal nostro presente. Eppure, quel futuro sembra essere arrivato più presto del previsto. In questi anniabbiamo creato chatbot basati sulle tracce digitali lasciate dai nostri cari defunti, capaci di riprodurne in modo credibile personalità e comportamenti (come nell’episodio della seconda stagione Be Right Back).

Siamo ammaliati dai racconti dell’orrore perché ci consentono di affrontare le nostre paure più recondite da una distanza di sicurezza.

Dopo il tentativo fallito con i Google Glass ben presto, grazie agli Spectacles, potremo riprendere ogni singolo momento della nostra esistenza per condividerlo istantaneamente nell’etere (come in ‘The Entire History of You’). I più maliziosi potrebbero insinuare che anche Waldo, l’attivista-fantoccio il cui unico programma consiste nell’umiliare la classe politica, sia diventato realtà. Potrebbe persino arrivare a governare alcuni dei più grandi Stati occidentali (come in ‘The Waldo Moment’).

L’opera di Brooker sembra aver subito lo stesso destino del 1984 di Orwell: da monito dei pericoli in cui saremmo incorsi seguendo una determinata traiettoria, è finito per diventare un accurato documentario della società contemporanea. Non ci stupisce che la sua terza stagione, distribuita e prodotta da Netflix, affronti in modo prevalente le problematiche connesse all’utilizzo dei social network.

Hated in the Nation racconta il collasso di una società che ignora le “conseguenze” e incapace di calibrare l’utilizzo dei social network. Immagine: Netflix

In Nosedive, il primo episodio, li descrive come il luogo dove ogni nostra singola interazione viene costantemente monitorata da amici e conoscenti, nonché valutata a suon di “mi piace”, cuoricini e retweet. Un luogo dove la ricerca dell’approvazione reciproca diventa garanzia della pace sociale oltre che massima aspirazione dei singoli, che arrivano a sopprimere di propria volontà ogni pensiero o atteggiamento potenzialmente impopolare pur di risultare amabili.

Il social network fittizio raccontato in Nosedive ricorda in modo preoccupante Peeple, applicazione che, sulla falsariga di TripAdvisor, ci avrebbe consentito di dare un voto da 1 a 5 stelle agli altri iscritti. Nel caso non fossi stato abbastanza chiaro, non mi riferisco ai contenuti da loro pubblicati ma alle persone stesse. Fortunatamente (?) il progetto è naufragato prima di vedere la luce. Inoltre, il condizionamento generato da questo meccanismo, nell’episodio, ammicca pesantemente al mistero che l’anno scorso ha avvolto alcune indiscrezioni riguardo una nuova piattaforma per il monitoraggio del sistema creditizio in Cina.

Hated in the Nation mostra l’altra faccia della medaglia: la protezione garantita dall’anonimato, oltre che la semplice disconnessione fra l’io e l’identità digitale, consente di dare sfogo agli istinti più bassi. Augurare la morte a una persona la cui unica colpa è quella di aver offeso la nostra morale diventa un gioco, un passatempo a cui dedicarsi durante un momento di noia: “ho solo condiviso un hashtag, non ho fatto niente di male”. Poco importa se la sofferenza della nostra vittima sia tragicamente reale.

L’episodio riapre un dibattito recente: soltanto un mese fa discutevamo del suicidio di Tiziana Cantone e del ruolo che utenti, stampa tradizionale e media digitali hanno avuto nel diffondere i video privati che l’hanno spinta a compiere un gesto così estremo. Un dibattito che non ha mai avuto modo di consumarsi in modo civile, visto l’impegno profuso dai vari attori coinvolti nel tentare di addossare la colpa del tragico evento alle altre parti in causa.

Paradossalmente, per noi esseri umani affrontare la difficoltà del quotidiano richiede un coraggio non indifferente. Siamo una specie naturalmente empatica ma, al contempo, spinta dall’istinto di auto-conservazione: il contrasto fra le due forze in gioco rischia di diventare lancinante. Fin da quando abbiamo mosso i primi passi sulla Terra, abbiamo tentato di inventare modi sempre più elaborati per sfuggirvi: dalla letteratura siamo arrivati alla realtà virtuale, recentemente approdata nei nostri salotti grazie a PlayStation VR.

Quella raccontata in Playtest è una versione avanzata del concetto di mixed reality. Immagine: Netflix

Charlie Brooker, da noto appassionato di videogiochi, regala in Playtest numerosi omaggi a tema: da Bioshock a Resident Evil, passando per Portal e Metal Gear Solid, l’episodioci rammenta la stessa lezione già impartita dal mai abbastanza lodatoeXistenZ di Cronenberg: una forma di evasione così raffinata rischia di compromettere definitivamente la nostra percezione del reale. Una percezione che le tecnologie odierne tentano di confondere in modi particolarmente subdoli, persi come siamo nella nostra personale filter bubble, sapientemente costruita da mega corporazioni e governi di cui ignoriamo gli intenti (come in Men Against Fire).

A tratti, quest’ultima stagione di Black Mirror sembra assumere i toni esasperati propri delle teorie complottistiche: ci invoglia a mettere costantemente in dubbio le nostre certezze, mettendoci in guardia da quegli statisti che noi stessi eleggiamo, come sadiche vittime che scelgono i propri aguzzini. Come da tradizione, tratteggia scenari apocalittici dove l’uomo è costantemente sopraffatto dalla società, quasi fosse mosso da forze invisibili che gli impediscono sfuggire ai suoi meccanismi più perversi (come in San Junipero e in Shut Up and Dance). Pur lasciando intravedere qualche flebile bagliore di speranza (cosa totalmente inedita per la serie) il quadro complessivo è desolante. Il tempo dei moniti sembra essere definitivamente terminato: il futuro è arrivato, ed è meno scintillante di quanto possa sembrarci. fonte

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