Per anni viene lentamente uccisa dal marito – ma un giorno ne ha abbastanza.

Intorno alla metà degli anni ’70 lo psicologo Robert Zajonc realizzò una serie di esperimenti volti a dimostrare che l’esposizione di un individuo a stimoli familiari lo portasse a considerarli in modo positivo, al contrario di quanto accadeva con stimoli simili, ma non riconosciuti dal soggetto.

Quest’effetto è conosciuto con il nome di “mera esposizione” o “fenomeno di familiarità” ed è il principio sul quale si basa la pubblicità.

In altre parole, l’esperimento provava che anche di fronte ad elementi non particolarmente attraenti, l’uomo è in grado di abituarvici per il semplice fatto di familiarizzare con essi. Tuttavia, la psicologia umana è ancora più complessa: ad un certo punto, anche dopo essere entrati più volte a contatto con un determinato elemento, anziché familiare potrebbe cominciare ad apparire pesante, demotivante e indisponente.

Nella realtà, il detto che dice che “ci si abitua anche al peggio” non sembra aver sempre luogo. Alcuni fenomeni con il tempo esauriscono tutta la nostra pazienza, portandoci a desiderare che smettano di apparirci familiari e ci lascino in pace. Abbiamo il lusso di separarsi da ciò che mina la nostra pazienza. Lo definiamo un lusso perché non sempre abbiamo la possibilità di farlo e perché i benefici che ne derivano appaiono come un vero e proprio elisir di serenità e calma.

Mettere alla prova la nostra pazienza: un gioco per nulla divertente

Alcune capacità dell’uomo persistono instancabili anche se messe alla prova in situazioni estreme. Non si può dire lo stesso della pazienza, qualità che sembra consumarsi e sparire di fronte alle situazioni e alle persone che giocano con essa fino a superare ogni limite.

Persone che chiedono “scusa” in continuazione, che persistono nel giustificare i loro numerosi errori, urla o mancanze di considerazione. Situazioni monotone ed eterne che si ripetono più e più volte variando nel contenuto, ma non nella sostanza: finiscono sempre per esaurire, irritare e fare male.

Ci sono situazioni che si ripetono nel tempo, a volte da parte delle stesse persone. Ci si sente esausti ed irritati, e in testa appare una domanda… “Un’altra volta?”

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L’insieme di queste sensazioni ci porta ad una riflessione evidente sul piano teorico, ma non su quello pratico: giocare con la nostra pazienza non è per niente divertente, anzi, è frustrante ed asfissiante.Fare i finti tonti di fronte ad atteggiamenti che ci danneggiano è il contrario dell’assertività: è masochismo emotivo.

 

 

Dare valore alla pazienza implica un grande sforzo e tanta energia

Prima di analizzare e giudicare ciò che esaurisce la nostra pazienza, dovremmo imparare ad analizzare noi stessi. Se continueremo ad esporci alle situazioni che ci irritano, non faremo altro che esporre il nostro corpo ad una miriade di coltelli sempre più affilati e precisi nel recarci danno.

Se siamo consapevoli di cosa dovremmo fare, ma continuiamo a non farlo, la responsabilità non è degli altri, ma solo nostra. Sappiamo a cosa stiamo andando incontro, sappiamo che la prossima delusione sta per arrivare, è solo questione di tempo. È una partita alla roulette russa con la nostra stessa pazienza e dignità. Forse crediamo che così facendo eviteremo di entrare in conflitto con le persone che apprezziamo, ma in realtà daremo loro carta bianca per continuare a fare ciò che vogliono.

Non abbiamo responsabilità sul comportamento sconsiderato degli altri, ma siamo responsabili della scelta di non stabilire dei limiti per fermare la mancanza di rispetto di alcune persone.

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La pazienza è una capacità, e in quanto tale è limitata. Diventa una virtù quando la mettiamo al servizio di un obiettivo che ci poniamo a lungo termine o quando ce ne armiamo oltremodo in situazioni eccezionali, come di fronte ai capricci di un figlio o quando attendiamo più del dovuto una persona con cui avevamo un appuntamento.

La pazienza, dunque, non deve essere una definizione, ma una caratteristica: porto pazienza nei confronti di ciò che se lo merita o quando non c’è altra soluzione. Non ho pazienza per ciò che mi irrita di continuo e senza motivo apparente aspettandosi da parte mia una tacita accondiscendenza. Questo non è essere pazienti, bensì permettere che gli altri ci facciano del male senza alcun motivo, senza altra ricompensa che il dolore.

Imporre un limite agli altri per non esaurire la propria pazienza

Il segreto per conservare la pazienza per tutto ciò che se lo merita sta nel non sprecarla per ciò che non la richiede. Se abbiamo un’amica che cambia sempre i programmi a suo piacere, se un collega di lavoro arriva sempre tardi o se qualcuno che conosciamo ci mente in maniera ripetuta, dovremo far capire loro che non approviamo il loro atteggiamento e che non siamo disposti a tollerarlo oltre.

Restare in silenzio di fronte ad atteggiamenti che ci feriscono ci trasforma in complici del dolore che altri ci causano. La bontà e la pazienza hanno un limite; credere che le cose cambieranno da sole senza che dover fare nulla ci renderà ingenui e ci danneggerà in modo diretto.

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Allontanarci da tutto quello che consuma la nostra pazienza è un lusso e una giusta decisione, poiché ci eviterà di vagare per la strada delle continue scuse, delle bugie, della mancanza di considerazione e del disprezzo. Voler preservare la pazienza vuol dire amare se stessi.

Chi manca di autocritica farà molta fatica ad accettare la vostra scelta di dare un taglio a certe situazioni, soprattutto se non è consapevole del limite della vostra pazienza e che ci sono modi migliori di utilizzare l’energia piuttosto che sopportare determinate situazioni.

La pazienza deve essere diretta verso qualcosa che non generi in noi malessere e nervosismo. Per quanto certe situazioni siano ormai familiari, tutti hanno la capacità di dire “basta così” o “non ho intenzione di sopportare oltre”. La nostra pazienza è un valore, ma al tempo stesso uno strumento utile ad identificare le persone che vogliono solo metterla alla prova.(fonte)

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